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14-11-2011 ndranghetaE’ stata una domenica speciale per il paese di Rizziconi, in provincia di Reggio Calabria. La storia del campetto di Rizziconi è un perfetto esempio del clima di omertà e terrore che una mafia può riuscire a esercitare all’interno di una comunità. Il terreno dove oggi sorge il campo apparteneva in passato a Teodoro Crea (detto "Toro"),

l’incontrastato boss della zona, uno che tutt’oggi viene venerato come un re in paese. Nel 2000 il terreno venne confiscato al boss, proprio mentre il Consiglio Comunale di Rizziconi veniva sciolto per infiltrazione mafiosa (un evento purtroppo assai frequente in queste zone). Nel 2002 il terreno fu assegnato definitivamente al comune di Rizziconi, e i commissari prefettizi allora in carica decisero di farne un campo di calcio, con l’idea di trasformarlo in un simbolo del riscatto del paese contro la ‘ndrangheta. Il campo venne inaugurato nel 2003, ma nel periodo successivo nessuno ha osato entrarvi. Il campo era stato sottratto al boss, e mandare i propri figli a giocarci avrebbe rappresentato uno “sgarro” inaccettabile. In poco tempo il campo cadde così in stato di abbandono, martoriato anche da atti di vandalismo.

Passano pochi anni, siamo nel 2006, e il film si ripete. Il Consiglio viene di nuovo sciolto, tornano i commissari e ci riprovano. Il campo viene nuovamente ristrutturato e inaugurato, nel 2007. Ma la musica non cambia: nel giorno dell’inaugurazione, gli autisti degli autobus e gli addetti alle pulizie del campo, per pura coincidenza, sono tutti malati. Solo grazie all’impegno di don Luigi Ciotti e della sua associazione Libera, negli ultimi anni è nata una scuola calcio, e i bambini di Rizziconi hanno finalmente la possibilità di giocare a calcio nel campo del loro paese: una cosa normale in qualunque altro posto del mondo ma, come abbiamo visto, per nulla scontata da queste parti.
Per dare ulteriore slancio alla voglia di rinascita di Rizziconi, ecco l’idea di portare la Nazionale. Un’altra iniziativa fortemente voluta da don Ciotti, che è uno di quegli eroi dei giorni nostri di cui si parla sempre troppo poco, e che giustamente è stato portato in trionfo dai calciatori azzurri durante la loro esibizione a Rizziconi.

Ma la salita sul terreno dell’omertà è sempre ripidissima. Girando in paese nei giorni immediatamente precedenti l’arrivo degli azzurri, i giornalisti inviati hanno raccontato di un paese ancora freddo, così intrappolato nel terrore da non riuscire a godersi un evento che tanti altri paesi italiani possono solo sognare. “Cosa c’entra il calcio con la ‘ndrangheta?” ha commentato qualcuno. C’entra, eccome. Anche perché da queste parti i boss controllano anche il mondo del pallone; i presidenti delle squadre locali sono quasi tutti ‘ndranghetisti, e non capita di rado che gli arbitri delle gare locali vengano obbligati a far osservare dei minuti di silenzio in memoria di qualche boss morto ammazzato.

L’allenamento della Nazionale assume quindi un significato simbolico enorme, ma la speranza di don Ciotti e di chi ha reso possibile questo evento va oltre. E’ chiaro che tre ore di allenamento della Nazionale non possono cambiare una realtà corrotta fino al midollo, ma quei bambini che hanno assiepato il campetto per vedere da vicino gli azzurri possono rappresentare una speranza. Loro sono ancora in tempo per decidere da che parte stare. E se quando saranno grandi staranno tutti dalla parte giusta, per i prepotenti sarà molto più difficile averla vinta.

Nella vita, come nelle favole, esistono gli idoli buoni e gli idoli cattivi: la speranza è che i ragazzi, avendo visto da vicino gli idoli buoni, possano finalmente dimenticarsi di quelli cattivi.

 

Matteo Serra

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