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IL METEO

I giovani dissidenti sardi e la politica impegnata aprono al dialogo della distanza. Il tutto guarnito dal disinteressamento che, oltre a essere la più facile giustificazione, resta figlio dell’ignoranza. La situazione è drammatica, lo si sa. Ma quanto tempo ancora passerà perché i giovani isolani reagiscano e prendano posizione rispetto alla definizione di “identità”? Sarà mai possibile arrivare al punto in cui si sviluppi una reale e concreta ribellione alle dinamiche di populismo nazionalista italiano?

Dubbio resta il fatto che i figli di Ichnusa si sentano rappresentati dalle istituzioni italiane, e anche questo pare essere chiaro da tempo. Allo stesso modo sembra che ci si aspetti la soluzione da quelle persone dalle quali non ci si sente pienamente rappresentati. Cioè, per capirci: dovranno essere i rappresentanti sardi a Montecitorio, farneticando con i Politici con la P maiuscola, a decidere in che modo accorciare le distanze di una generazione di sardi che non sono né pane carasau né porchetta?

La soluzione è ancora più semplice vista dal di fuori: branchi di torpidi pensieri che aleggiano tra un “ma ite c…” e un “chi si gò”. In questa maniera le ultime generazioni affrontano la vita. L’aggettivo semplice, un tempo affiancato a umile, ora è solo un modus vivendi che tutt’al più si può equiparare a superficiale. La critica e l’informazione sono di contorno, ma manca il primo piatto. Manca la sostanza. E allora non ci si informa, non ci si chiede cosa sia l’identità sarda, non ci si chiede neanche cosa sia identità.

Le decisioni prese dai gran visir inarrivabili del Palazzo del Consiglio Regionale ripercorrono nel 2013 esattamente la storia sarda di fine ‘700: a doversi occupare del territorio è un vice re. I re tengono stretti i braccioli del proprio trono nella capitale dell’impero e qualsiasi aria e tentativo di novità li si distrugge con il qualunquismo. Il ragionamento non ha a che fare con la storia contemporanea.

 

 I sardi boccheggiano tra i fumi della Saras, un “quasi stop” di Quirra e uno schiacciante Patto di Stabilità che di stabile ha esclusivamente l’efferatezza di questa folle decisione; si barcamenano i cassintegrati aspettando le soluzioni dall’alto ma senza guardare tutto col senno di poi, scivolano gli ideali nell’olio importato dall’estero e di biologico c’è solo il corso sperimentale dell’Università di Cagliari. La recessione economica non mi riguarda e la soluzione non la devo di certo trovare io perché la colpa non è la mia.

 Il sardo non si fa mai l’esame di coscienza. Per anni abbiamo permesso a cani, porci e invertebrati di impossessarsi della nostra personalità, delle nostre colture, dei nostri saperi ma la colpa è sempre di chi ci governa. Con rassegnazione “si tira avanti” ma sempre aspettando la pappa pronta.

Roberto Mulas

sardegna identità

 

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