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IL METEO

carmelo bene2016-03-1011U n esordio folgorante sul palcoscenico: a Roma, siamo nei primi anni '60, durante uno spettacolo intravede in prima fila un critico che aveva parlato male di lui. Per punire la 'lesa maestà', gli piscia in testa davanti a tutti. In realtà, pare che questo episodio sia una fortunata leggenda metropolitana. Ma il fatto che in tanti, in tantissimi ci avessero creduto, è la prova che Carmelo Bene poteva permettersi pure un gesto simile. Sono trascorsi dieci anni dalla sua morte, e la Puglia ricorda il suo figlio più discolo, più maramaldo. A Otranto è in corso un Festival interamente dedicato alla sua figura artistica. Naturalmente, trattandosi di Bene, non poteva mancare la scintilla della polemica: il giorno dell'inaugurazione, le due vedove hanno già cominciato a battibeccare, a scambiarsi frecciatine velenose. Piccole cose, comunque, cornici insignificanti di un omaggio, quello della regione Puglia, che è stato fatto con amore.

E sì che Carmelo ce la metteva davvero tutta per farsi odiare dalle masse: vanesio, irriverente, eccessivamente provocatorio, e pure blasfemo. E invece niente: il pubblico lo adorava, e lo adora, lo stesso. E lo adora proprio in virtù di questa sua geniale strafottenza; di questo suo continuo travalicare i limiti del lecito, ma sempre con l'eleganza dell'intelligenza. Ma soprattutto, lo adora perché è stato il più grande attore di tutti i tempi. Le classifiche di qualità sono difficili, e appartengono al terreno dell'opinabile. Ma su Carmelo c'è poco da opinare: era il numero uno, semplicemente perché apparteneva a un altro pianeta. Non lo puoi confrontare con Gassman, con Laurence Olivier, perché Carmelo è in un'altra dimensione. Anche la parola artista, parlando di lui, diventa impropria. Era Carmelo, stop. Anzi, all'anagrafe era Carmelo Pompilio Realino Antonio Bene. Perché, vi stupisce che uno così volesse strabordare pure all'ufficio anagrafe?

Che cos'era la Puglia degli anni '40, per un bambino come Carmelo Bene? Ovviamente, un posto terribilmente provinciale, chiuso, bigotto. Un posto, insomma, da cui scappare. E allora ecco la fuga a Roma: la Roma degli anni della Dolce Vita, disponibile ad ospitare i personaggi più singolari. Carmelo, inutile ripeterlo, era un tipo singolare. I primi ad accorgersene saranno gli intellettuali di casa a Roma, come Ennio Flaiano e Alberto Arbasino. Poi pian pianino lo scoprono i 'colleghi' attori (si racconta che perfino Sordi, notoriamente schivo verso le modernità, fosse andato a teatro a seguirlo). E infine, il pubblico. Quel pubblico che lui si divertiva a massacrare verbalmente. Quel pubblico che lui graziosamente omaggiava con frasi del tipo "più la sala è vuota, più la sento piena". E invece, povero Carmelo, per tutta la carriera aveva dovuto sopportare le folle plaudenti, i pienoni in qualsiasi teatro si presentasse. Fino all'apoteosi della Lectura Dantis nel 1981: oltre centomila persone, stipate attorno alla Torre degli Asinelli. Carmelo non poteva limitarsi a recitare un testo. Non possiamo nemmeno dire però che il testo lo viveva fino in fondo, visto che il suo motto era 'Non esisto, dunque sono'. Sosteneva di non esserci, di non essere mai esistito, e che nemmeno gli altri, il mondo che lo circondava esisteva. Non sapremo mai, però, se il suo era nichilismo vero, oppure tutta una posa. Le sue apparizioni televisive (apparizioni è il termine giusto, per uno che ha intitolato la sua autobiografia 'Sono apparso alla Madonna'), sono un cult anche per i giovanissimi utenti del web. Soprattutto le partecipazioni al Maurizio Costanzo show sono cliccatissime su Youtube. Ma i passaggi al Parioli erano solo un divertissement. Il Carmelo Bene che passerà alla storia dell'arte è piuttosto lo sperimentatore folle, che prendeva i classici letterari e li rigirava a modo suo. Shakespeare, Oscar Wilde, i tragediografi greci: li amava alla follia, e pensava che il modo migliore per amarli fosse smontarli e ricostruirli. A modo suo.

Un uomo libero, sicuramente. Una libertà tormentata, è chiaro, e una capacità di trasformare i suoi tormenti in opere d'arte. Una libertà scomoda, soprattutto. Quando decise, da ragazzo, di scappare dall' Accademia di recitazione Silvio d'Amico, il sospiro di sollievo dei docenti fu unanime: alla domanda 'come stai', rispondevano 'non c'è Bene, grazie!'. Spiace deludere questi signori, ma Bene c'è. C'è adesso, a dieci anni dalla sua dipartita, e ci sarà ancora per sempre. Come tutti i veri artisti.

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