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IL METEO

modificabile È un vero piacere conversare con Damiano Vacca. Con lui vai sempre sul sicuro: ha la capacità, rarissima,di affrontare nei suoi discorsi tematiche esistenziali importanti, con la leggerezza di un animo portato al disincanto. Un disincanto, quello di Damiano, che mai e poi mai sconfina nella superficialità. Frequentandolo da anni, ho avuto la conferma che i cavalli di razza si riconoscono da subito. Quella pulizia morale, quella coerenza intellettuale che da subito avevo intravisto, si è mantenuta costante negli anni. Lo scorrere del tempo, nel suo caso, ha un solo effetto pratico: la sedimentazione delle sue idee; la maturazione progressiva di un Io che volle, fortissimamente volle vivere, ma solo a patto di dettare le proprie regole del gioco.

La libertà di Damiano non è un artifizio retorico: la sente proprio la voglia di autonomia intellettuale; il desiderio di farla costantemente fuori dal vaso, e di gridare al mondo che sì, è tutta un’altra cosa, tutta un’altra soddisfazione svuotare la vescica fuori dal vasetto. Non lo so se la parola anarchia, per sintetizzare il suo progetto di vita, piacerebbe a Damiano. Credo di no comunque, perché essere anarchici significa fare una scelta politica, e Damiano nutre una profonda allergia verso tutto ciò che, anche solo vagamente, ricorda la politica. So per certo invece che Damiano ama la definizione di poeta, e che nutre in cuor suo l’ambizione di trasferire su carta il proprio universo poetico.

Superato il giro di boa dei 25 anni, sono già due le raccolte poetiche che ha messo in stampa. La prima, Pensieri alla deriva dell’ultimo bicchiere, ha quasi sfiorato le mille copie vendute. «Mi  domando spesso che facce abbiano questi miei lettori, cosa li abbia spinti a comprare le poesie di un giovane non conosciuto. Posso dire che, non avendo un ufficio marketing alle mie spalle che cura la mia immagine, questo numero così alto è un vero successo, e dimostra che sto percorrendo la strada giusta». Un anno fa è uscita la seconda raccolta, Il tramonto la noia il caffè etc.etc.etc. «Quell’ etc.etc.etc. sintetizza il senso della raccolta. Quel distacco autoironico, quella voglia di giocare, di prendere in giro se stessi e gli altri, che chiunque faccia poesia dovrebbe possedere. Vedo troppi musi lunghi tra i poeti ‘patentati’.

Ebbene, basta coi poeti patentati, riscopriamo il piacere di una poesia che comunica con la gente comune: una poesia in cui chiunque possa riconoscersi, senza quegli artifici letterari che alla fine, diciamoci la verità, hanno come unico obiettivo quello di far scappare i lettori». La poesia è sempre stata, drammaticamente, un fatto d’elite. Ma non sarà finalmente giunto il momento di scalfire questa inutile, e dannosa prassi, e riportare la bellezza del linguaggio poetico tra la gente? «Bisogna capire una volta per tutte che la poesia ‘popolare’ non è affatto un’utopia. La scuola propone i ‘mostri sacri’ Dante, Petrarca, Manzoni. Ma quale coinvolgimento emotivo può trarre uno studente da questi signori?? Sono ben altri gli uomini di lettere che possono emozionare un ragazzo del liceo. Perché non proporre Bukowski, Antonin Artaud??  Hanno il torto di fare letteratura parlando un linguaggio comprensibile, e appassionante. Ma è forse un torto unire l’utile al dilettevole? A mio avviso, sarebbe una rivoluzione da cui trarrebbero vantaggio non solo i giovani, ma anche l’istituzione scolastica nel suo complesso».

 Aggiungerei, tra le doti di Damiano, anche la semplicità. C’è un bisogno, che si avverte nelle sue parole ma anche nella sua poesia, di ritorno a una mentalità pre-industriale: la genuinità del ritorno alla terra, un’utopia necessaria, una base su cui ricostruire una possibile palingenesi dell’umanità. «Siamo nell’epoca di una drammatica decadenza. E non si cada nell’equivoco di pensare che i blog, i social network, possano amplificare la libertà dei singoli. Sono solo delle illusioni di libertà. Ho molti dubbi anche sull’efficacia dei reading poetici, iniziative inutili e fini a se stesse, per un pubblico annoiato e imborghesito. Riscopriamo il piacere di un rapporto intimo, personale col testo scritto. Riscopriamo la semplicità di una lettura senza mediazioni esterne». Mentre scrivo questo pezzo, mi accorgo di un paradosso apparente: l’iconoclasta Damiano, l’uomo che giustamente desidera fare a pezzi il buon senso comune, è in realtà una delle persone più costruttive che abbia avuto la fortuna di conoscere.

L’amicizia di Damiano è un privilegio che possiamo avere in pochi. Ma ci si può consolare –e vi garantisco che non è poco- con la scrittura di Damiano. Le sue poesie, saranno patrimonio di chiunque desideri avvicinarvisi.

 Concludiamo con due inediti. Rigorosamente senza titolo, è una scelta stilistica di Damiano.

 

Me ne sto seduto

In piazza del mercato

Da solo

Leggera puzza di piscio

E troppo rumore

D’umanità

L’uno si sposa

Bene

Con l’altro

Ma sono io ad essere

Venuto fin qua

Alla fin fine

Il filobus sferraglia

Un certo ahmed è

Girato di palle al telefono

E una signora con la faccia

Da rana

Parla male di qualcuno

Magari di ahmed

Io

Mi alzo

E vado a prendermi

la metro

 

 


M’infilo in un sottopassaggio

mi aspetto la morte

per mano di uno

sconosciuto.

Ma il passaggio è vuoto

Solo io

La morte

Non m aspetta

O è in ritardo

O lo sono io.

Esco a rivedere le stelle

Ma è mattino…

Un mattino umido e senza sole

Guardo andare

I miei piedi e

Sono l’unica cosa

Che mi è

Familiare

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