poetry_free_image_dreamstimeOgni dialettica presuppone i suoi strascichi interpretativi, giacché diviene possibile che i costrutti della logica grammaticale annoverino in sé un corpo stilistico basato sulla libera ed immaginaria interpretazione del lettore
Modello peculiare di tale caratteristica è l’Aposiopesi, figura retorica, utilizzata nella composizione poetica affinché ci si capaciti di conceder al lettore un margine d’inventiva su ciò che accade nei fatti narrati durante la stesura dei versi.

Un metodo presente anche nella comune e nota narrativa, nelle consuete prose, attraverso le quali l’enigma dell’epilogo diviene protagonista portante del racconto.
Tale figura, sinonimo di sospensione e tacere, è rimarcata anche attraverso il concetto di sospensione, una denominazione appropriata ed attinente giacché comporta al fatto che la fase discorsiva sia interrotta dall’autore, esprimendo implicitamente una propria volontà di evitar il seguito del discorso o di non poter in determinati casi estendere la narrazione degli eventi. In alcune casistiche il lettore diviene l’interprete d un finale mai comunicato, ma spesso è l’autore medesimo, il quale nonostante l’interruzione narrante, riesce a far trapelare il continuo dei fatti, inducendo colui che legge a diventar anch’esso conoscitore della conclusione. Una tecnica avvincente dinnanzi all’esercizio emotivo del lettore, il quale si trova coinvolto in un percorso emotivo, intrigato ed appassionato dalla connotazione di quel finale tanto ambito quanto sconosciuto. L’Aposiopesi enumera una concatenazione d’attese, di suspence, che appaiono, in realtà espresse tra le righe del componimento, puntualizzate dall’evidenza d una causa che inevitabilmente andrà a concepire un determinato effetto. Essa è simile all’ellissi, ma diverge da un aspetto rilevante, in altre parole, mentre nel primo caso si riscontra la soppressione di un elemento presente in una frase, in presenza d’aposiopesi invece per quanto sia indubitabile un’interruzione, si verifica una migliore prerogativa emotiva. L’arcaicità delle commedie greche ne divenne portatrice, si citino Menandro e Aristofane, induttori d un pubblico abituato ad intendere dalla più severa ira dei personaggi alla più incalzante oscenità. Un interrogativo maestro, seducente, accattivante, chiave di riuscita presente anche tra i vocaboli d un erotismo vigente tra i versi nei casi in cui, la censura apparente sfoggia comunque i fondamentali parametri per comprendere ciò che accade. Una retorica dal tratto femmineo, d una tentatrice opera, estesa e protratta in un unico obiettivo, ossia, conquistar l’attenzione del lettore. Un banale “ se avessi potuto incontrarti…” diviene decoro raffinato di un concepir una trama nella trama, coadiuvate da svariate interpretazioni e comprensioni, singolarmente interessanti nel medesimo tempo. Aspetti più formali sono riscontrabili anche in autori come il Manzoni: "E questo padre Cristoforo, so da certi ragguagli che un uomo che non ha tutta quella prudenza, tutti quei riguardi...". La poetica odierna gioca soprattutto sull’utilizzo d un condizionale, tempo perfettamente compatibile sul lasciar intendere ciò che avrebbe o potrebbe accadere.
 

 

 

Tu effimera, manipolatrice, scostumata nudità, riversi in lui ciò che sei
Se i seni tuoi sollazzassero il suo sguardo in roventi essenze.
Umori di gemente estasi, cibaria innominata sulla pelle sua.

Se t’avesse veduta cinta d’organze austere sul talamo del tacito silenzio.
Ogni vocabolo avrebbe mutato il suo nascer in dolenti ed intensi gemiti amatori.
Tu, plebea, ingorda meretrice, se avesti giaciuto tra le sue lacrime, leggendari evento.
 
Nota tra le anonime false vestali, ammiraglia d’orgasmi perduti.
Saresti diva d’ogni lauto pensier.
Se fossi stata sua ombra, di non solo asfalto le vie sarebbero ricolme.

 

Enrica Meloni

 
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