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EDITORIALI

E il 2012 che verrà

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Editoriale

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IL METEO

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In una commossa conferenza stampa all’interno dello stadio “Camp Nou”, Joseph “Pep” Guardiola ha annunciato che dalla prossima stagione lascerà la panchina del Barcellona. La notizia era ormai nell’aria, e lo stesso Guardiola ha ammesso di aver preso questa decisione già diversi mesi fa.“Quattro anni alla guida del Barcellona sono un’eternità”, ha dichiarato, a voler sottolineare l’enorme stress e la pressione cui è sottoposto il tecnico di una grande squadra (sebbene i suoi sforzi, è bene ricordarlo, siano stati ricompensati da un ottimo stipendio). Si prenderà probabilmente un anno sabbatico, per poi magari rimettersi in gioco in un altro campionato.

Il suo addio offre comunque l’occasione per tracciare un bilancio, ormai quasi definitivo, dell’incredibile epopea del Barcellona di Guardiola. In quattro anni sotto la sua guida, i blaugrana hanno portato a casa la bellezza di tredici trofei (e potrebbero diventare quattordici se a maggio dovesse arrivare anche la Coppa del Re), tra cui tre campionati spagnoli, due Champions League e due Mondiali per club. Solo in questa stagione, con il secondo posto in campionato dietro a un impeccabile Real Madrid e l’inattesa (e immeritata) eliminazione in semifinale di Champions per mano del Chelsea, la compagine di Guardiola ha mostrato qualche piccolo segno di cedimento, peraltro fisiologico dopo tre anni di trionfi in serie.

Guardiola lascia quindi probabilmente nel momento giusto, e la sua (pesantissima) eredità sarà gestita, dalla prossima stagione, dal suo secondo Tito Villanova. Un’eredità fatta degli incredibili numeri che abbiamo appena ricordato, ma non solo. Il Barcellona di Guardiola sarà infatti ricordato, oltre che per le tante vittorie, per essere una delle squadre più spettacolari che si siano mai viste sui campi di calcio. Vedere una partita del Barca, di questi tempi, è infatti una autentica goduria per gli appassionati. Guardiola ha saputo creare un gioco corale che è un perfetto mix di tutte quelle caratteristiche che fanno giocare bene una squadra di calcio: mentalità offensiva, pressing a tutto campo, incredibile rapidità di movimenti, anche e soprattutto senza palla, e naturalmente una inimitabile batteria di straordinari interpreti, capeggiati da Lionel Messi, il più forte giocatore del mondo, uno che ormai può essere messo sullo stesso piano di Pelè e Maradona.

Infuriano ormai da tempo, tra i tifosi di tutto il mondo, dibattiti sulla possibilità che questo Barcellona possa essere considerata la squadra più forte di ogni tempo. In realtà una risposta a questa domanda non esiste, dal momento che è impossibile paragonare squadra appartenenti ad epoche diverse (sono troppe le differenze in termini di tattica, metodi di allenamento e velocità di gioco). Di certo il Barcellona di Guardiola è la squadra più forte di questa epoca, e la speranza per gli appassionati (meno per gli avversari) è che lo spettacolo continui anche all’indomani del cambio di guida tecnica.

Come si pone invece Pep Guardiola al cospetto dei più grandi tecnici contemporanei e della storia? Anche qui vale lo stesso discorso: difficile fare paragoni. Noi vorremmo però metterlo al primo posto non tanto per quanto ha vinto o per quanto ha fatto giocare bene la sua squadra, ma piuttosto per un altro motivo. A ben vedere, la più grande qualità di Guardiola è la sua straordinaria “classe”, termine spesso abusato ma perfetto nel suo caso. Mai una polemica, grande sportività in campo e fuori, grande rispetto nei confronti degli avversari e degli arbitri. Tutte caratteristiche ormai rare nel mondo del calcio. Pensiamo ad esempio al suo dirimpettaio sulla panchina rivale del Real Madrid, il signor Josè Mourinho: avrà anche vinto tanto, ma in quanto a classe, beh, avrebbe bisogno come minimo di un corso intensivo. Tenuto dal professor Pep Guardiola.

 

 

guardiola

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 21-07-2011_ANDRE_AGASSIAndre Agassi è stato uno dei più forti tennisti di ogni epoca. Ha vinto otto tornei del Grande Slam, una medaglia d'oro olimpica, due Coppe Davis, è stato a lungo numero uno delle classifiche mondiali. Tutto il meglio che un tennista possa desiderare.

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 Chi aveva intonato il “de profundis” per lo sport italiano, alla vigilia delle Olimpiadi di Londra, probabilmente è rimasto deluso. L’Italia tiene, almeno dal punto di vista sportivo, concludendo la sua avventura olimpica con 28 medaglie, di cui 8 d’oro, 9 d’argento e 11 di bronzo, che valgono l’ottavo posto nel medagliere. Un bilancio sostanzialmente identico a quello delle scorse olimpiadi di Pechino (2008), quando le medaglie conquistate furono 27 (non contando l’argento di Davide Rebellin nel ciclismo, poi revocato per doping), con lo stesso numero di ori. In un periodo di crisi globale per il nostro paese, dove è difficile trovare un settore economico o sociale che faccia segnare un qualunque segno positivo, confermare un risultato ottenuto quattro anni fa è senz’altro un successo.

Andando ad approfondire la suddivisione delle medaglie azzurre è possibile fare alcune considerazioni interessanti. Delle 28 medaglie conquistate, più della metà (15) provengono da tre soli sport, che tradizionalmente hanno sempre rappresentato dei ricchi serbatoi di allori per lo sport azzurro: parliamo della scherma, che ha portato in dote ben sette medaglie, di cui tre d’oro, del tiro (cinque medaglie, due d’oro) e del pugilato (tre medaglie ma senza ori, complice anche una discutibile decisione dei giudici che hanno privato di un meritato oro il nostro Roberto Cammarelle, opposto nella finale dei supermassimi al pugile di casa Joshua). Per il resto, la distribuzione delle restanti 13 medaglie è abbastanza variegata, a testimonianza che il movimento sportivo italiano, per quanto “trainato” da alcune discipline regine, è in buona salute nel suo complesso.

Sono tanti i personaggi e le imprese dell’Olimpiade azzurra che meritano una citazione. Non si può non cominciare dalla storica tripletta nel fioretto femminile individuale, dove l’Italia ha conquistato tutti e tre i gradini del podio, con l’oro di Elisa Di Francisca, l’argento di Arianna Errigo e il bronzo di Valentina Vezzali (quest’ultima autrice di una straordinaria rimonta nella finale per il bronzo e divenuta ora, con nove medaglie olimpiche conquistate nel corso di cinque Olimpiadi, la donna italiana più medagliata di tutti i tempi alle Olimpiadi). Le tre azzurre, insieme a Ilaria Salvatori, hanno poi conquistato anche l’oro a squadre, demolendo tutte le avversarie incontrate.

E’ stata una grandissima impresa anche quella del tiratore Niccolò Campriani, capace di portare a casa una medaglia d’oro e una d’argento in due gare diverse nella carabina, così come di Jessica Rossi, che nella fossa olimpica (tiro a volo) ha conquistato l’oro fallendo un solo piattello su cento. Grande emozione anche per i trionfi di Daniele Molmenti nella canoa slalom e di Carlo Molfetta nel taekwondo (disciplina che ci ha regalato anche un bronzo, con Mauro Sarmiento), ultima medaglia d’oro in ordine di tempo della spedizione azzurra. Tra le tante altre piccole storie azzurre, ci piace citare la medaglia di bronzo conquistata nella mountain bike dal nostro Marco Aurelio Fontana, capace di portare a termine la gara nonostante la perdita del sellino della sua bicicletta. Una vicenda fantozziana ma in puro spirito olimpico.

Non sono mancate, naturalmente, le delusioni. Su tutte il nuoto: gli azzurri sono tornati a casa con un'unica medaglia di bronzo, centrata da Martina Grimaldi nella massacrante 10 km. di fondo. Dalla vasca, invece, nessun alloro, nemmeno dalla tanto attesa Federica Pellegrini.

Tutt’altra storia è invece quella di Alex Schwazer, trionfatore a Pechino nella 50 km. di marcia e fermato dall’antidoping a pochi giorni dalla gara di Londra. Della sua vicenda, per certi versi penosa, si è detto e scritto di tutto nei giorni scorsi, ed è probabilmente superfluo aggiungere altro.

Buttando un occhio al di fuori dei confini azzurri, si può dire che l’Olimpiade di Londra è stata un successo, sia in termini sportivi che di organizzazione. Da applausi, ad esempio, sia la cerimonia di apertura che quella di chiusura. Sportivamente parlando, sono state ancora una volta le Olimpiadi di Usain Bolt, dominatore assoluto nei 100, 200 e nella staffetta 4x100, e di Micheal Phelps, che ha aggiunto altre sei medaglie (quattro d’oro) al suo incredibile forziere olimpico, diventando l’atleta più medagliato della storia alle Olimpiadi con 22 medaglie complessive. Gli Stati Uniti hanno ripreso il comando del medagliere, sia in termini di ori che di medaglie complessive, a spese della Cina, che ha invece fatto registrare un passo indietro rispetto all’Olimpiade casalinga di Pechino. Straordinario l’exploit della Gran Bretagna, che ha chiuso con ben 65 medaglie, di cui 29 d’oro. A testimonianza del fatto che ospitare un’Olimpiade è forse il modo migliore per ottenere, in tempi brevi, un salto di qualità nelle prestazioni sportive di una nazione.

Matteo Serra

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Il calcio si ferma. E stavolta non è uno sciopero dell’associazione calciatori o il maltempo. Si ferma perché uno dei suoi protagonisti, Piermario Morosini, 25 anni, centrocampista del Livorno, è morto sul campo, apparentemente senza un perché, durante la gara di serie B tra Pescara e Livorno. Si è accasciato improvvisamente sul campo, davanti a migliaia di spettatori, e nonostante l’immediato trasporto in ospedale il suo cuore non ha più ripreso a battere.Gettando nello sconforto, oltre naturalmente ai familiari e i compagni, l’intero mondo del calcio.

Morosini era uno dei tanti calciatori promettenti che, pur non riuscendo a sfondare nella categoria principale, era riuscito a ritagliarsi uno spazio nel campionato cadetto, in quella sorta di limbo tra il paradiso della serie A e le infinite serie minori, dalla C fino ai dilettanti, dove decine di migliaia di calciatori sbarcano il lunario restando dei perfetti sconosciuti, senza reality e senza veline. La vita non era stata tenera con Piermario: aveva perso nel giro di pochi anni i genitori e un fratello, ma aveva trovato la forza per andare avanti e realizzare il sogno di diventare un calciatore professionista.

La morte sul campo di calcio non è purtroppo una novità. In passato, anche nel campionato italiano, sono stati diversi i casi di calciatori cui è stato fatale un improvviso malore nel corso di una partita. Negli ultimi anni il numero dei casi è però cresciuto, ma potrebbe non significare niente. Gli esperti interpellati si affrettano a sottolineare come la morte improvvisa, per quanto molto rara, possa verificarsi anche in atleti al top della forma e sottoposti ad approfondite e frequenti visite mediche, come nel caso dei calciatori. In alcuni casi può capitare che esistano delle patologie “nascoste”, praticamente impossibili da diagnosticare se non nel momento in cui si manifestano. E’ ovvio che esista una componente di casualità che è impossibile prevenire, ma qualche perplessità è lecito avanzarla. Gli sportivi professionisti (in questo caso si parla di calciatori, ma il discorso si può allargare anche agli altri sport) non possono essere considerate persone “sane” nel senso più generale del termine, dal momento che sottopongono il loro fisico a degli sforzi intensi e continui e sono soggetti a frequenti traumi. Può capitare che in certi casi, se questi sforzi diventano eccessivi, il corpo possa anche decidere di chiedere improvvisamente il conto.

Il calcio di oggi non concede ormai un attimo di respiro. Esigenze televisive, legate ai profitti necessari alla sopravvivenza delle società, impongono campionati con un numero francamente esagerato di squadre e un conseguente numero molto elevato di partite, da giocare spesso ogni tre giorni. Non è necessario essere medici o preparatori atletici per capire che forse si è superato un limite.

Può darsi che questo non c’entri nulla, che sia davvero tutto legato al caso, al destino (o come lo si vuole chiamare). Ma bene ha fatto la FIGC a sospendere tutto per un weekend. In questi casi l’unica cosa da fare è fermarsi e riflettere: al rispetto per un ragazzo di 25 anni che ha perso la vita su un campo di calcio, si deve ora unire la determinazione a rendere ancora meno probabile, al netto dell’inevitabile componente di casualità, che ciò che è accaduto a lui non possa accadere a qualcun altro in futuro.

Matteo Serra

morosini r400

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Due campionati nazionali, una coppa Italia, tre Champions League, tre coppe CEV, due supercoppe europee e un mondiale per Club; con la nazionale italiana ha vinto quattro World League, una coppa del mondo, due europei e l'argento olimpico ad Atlanta 1996.

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11-02-2012 La città di Roma è sempre più al centro dell’attenzione in questi giorni. Non solo per le insolite nevicate che sono costate disagi (e polemiche) ai cittadini romani, ma anche perché queste sono ore cruciali per il destino della candidatura della capitale d’Italia ad ospitare i Giochi olimpici estivi del 2020.

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Non c’è pace per il mondo del calcio. Le feste natalizie hanno portato in dono ai tifosi italiani, e non solo, l’ennesima patata bollente, un nuovo scandalo scommesse che stavolta sembra allungare i suoi tentacoli ben oltre i confini nazionali.

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