modificabile Il peggior regalo postumo che si possa fare a Giorgio Bocca è raccontare in termini retorici la sua vita e la sua avventura professionale. Era un piemontese battagliero e sanguigno, ma mai incline al facile sentimentalismo.

Era l'antitaliano per eccellenza, Bocca. L'antitaliano era appunto il nome della rubrica che settimanalmente teneva sull'Espresso, e l'espressione sintetizzava un malumore profondo verso le piccinerie, le grettezze e le furberie che appartengono al DNA dell'italiano medio. Ma era soprattutto un uomo complesso, Bocca, certamente non afferrabile a una prima lettura.

 

Michele Serra, collega di redazione di Bocca sia nel quotidiano Repubblica che nel settimanale Espresso, è l'uomo giusto per raccontare le sfumature di una personalità multisfaccettata. Serra appartiene alla generazione successiva a quella di Bocca, ed è innegabile che appartenessero anche a mondi comportamentali distanti. Ma la profonda intelligenza che Serra possiede, lo ha portato ad amare il Bocca scrittore e a porre, al di sopra di ogni differenza di vedute tra di loro, una stima incondizionata verso l'uomo.

Quando ha scoperto Bocca, come lettore?

Il ricordo non è precisissimo, perché è abbastanza remoto. Direi a fine anni Sessanta ai tempi del Giorno, che è stato un quotidiano formidabile, senza il quale il giornalismo italiano di oggi non sarebbe lo stesso. Sul Giorno si leggevano Bocca, Aspesi, Brera, Fossati, Marco Nozza. Di Bocca erano celebri le inchieste, che avevano un forte, modernissimo taglio economico-sociale. In termini marxisti si direbbe che il giornalismo di Bocca era "strutturale": badava al sodo, alla struttura economica che è lo snodo decisivo di ogni società.

C'è un aneddoto particolare che vuole raccontare, legato al rapporto tra lei e Bocca?

Quando, molto giovane, lavoravo all'Unità, mi permisi un paio di corsivi polemici contro di lui, che essendo un vecchio partigiano azionista era spesso molto critico con il Pci. Gli rinfacciavo la collaborazione con Mediaset. Mi mandò al diavolo. Ci siamo conosciuti parecchi anni dopo, quando ero già a Repubblica. Ovviamente mi intimidiva, sia per il carattere brusco e i modi introversi, sia perché era un mostro sacro. E avevo paura che fosse ancora offeso con me per le antiche polemiche. Ma bastava poco per cogliere, dietro la scorza montagnarda, grande capacità di affetto, e un genuino interesse umano per le altre persone. Posso dire di avergli voluto bene, e di essermi sentito ricambiato.

Qual era, a suo avviso, il tratto distintivo della prosa di Bocca? Cosa rendeva la sua scrittura di una spanna molto superiore rispetto alla media giornalistica?

L'assenza totale di ipocrisia, di fronzoli, di bellurie. Il suo giornalismo era duro, essenziale, ma dava l'idea del brulicare della vita umana, degli interessi anche sordidi, del potere, delle ambizioni. Come nella letteratura francese dell'Ottocento.

Con la sua morte è probabile che ci sarà una scoperta dell'uomo e dello scrittore anche nelle scuole secondarie. Che libro consiglierebbe a un giovanissimo (fascia 14-18 anni) che vuole avvicinarsi all'universo letterario di Bocca?

Senza dubbio Il provinciale. È un libro imperdibile per capire l'Italia del secondo Novecento, il boom economico, la corruzione, ma anche la gioia di vivere di un paese che usciva dalla guerra e dalla dittatura, e smaniava dalla voglia di vivere. Le pagine di Bocca sulla Milano degli anni d'oro sono memorabili.

Una delle critiche ricorrenti che riceveva era di aver sputato sul piatto berlusconiano, in cui aveva mangiato negli anni '80. Lei ritiene che ci fosse una linea di coerenza tra il Bocca che lavorava in Fininvest, e il Bocca 'furente' degli editoriali dell'Espresso?

Credo che lui abbia creduto nel Berlusconi editore televisivo così come si crede nelle rivoluzioni economiche, che aprono nuovi spazi. I soldi gli piacevano molto e lo diceva, l'ipocrisia non riusciva ad attecchire né nelle sua prosa né nelle sue vicende private. Si è reso conto di avere sbagliato molto in fretta. Chi oggi gli sputa addosso, su Internet e altrove, rinfacciandogli il contratto con Mediaset, legga un paio di sue inchieste, un paio di suoi editoriali, legga Il provinciale, e si chieda se sarebbe mai capace di eguagliarne la chiarezza, la tempra, l'uso asciutto e potente della lingua italiana. I grandi non sono grandi perché non hanno mai fatto errori. Sono grandi perché gli errori contano molto poco in proporzione ai loro meriti.

Francesco Mattana

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