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Oggi è il 5 gennaio 2012, e se Peppino Impastato fosse vivo compirebbe 64 anni. Ma la mafia di Cinisi, suo paese natale, la mafia di “zu’ Tano”, non gli ha concesso di superare i trent’anni.

L’hanno pestato a sangue e fatto saltare in aria sulla ferrovia di Cinisi, inscenando un attentato come se Peppino fosse un terrorista anarchico.

Anche la polizia, per paura, per ossequio, fece finta di credere a questa versione evidentemente fasulla. Ma i suoi amici, che l’avevano affiancato nell’avventura di Radio Aut, emittente radiofonica libera, non avevano abbandonato la lotta. Né loro né Giovanni, fratello di Peppino e animo coraggioso. Né Felicia. E sì, Felicia Impastato, di cui pochi parlano ma che nel silenzio della sua casa di Cinisi non ha smesso un attimo di ricordare il figlio Peppino,

di portarne avanti la battaglia anche inimicandosi tutto il paese. Una donna coraggiosa e forte che aveva accompagnato Peppino nella sua battaglia contro la mafia, arrivando a mettersi contro il marito Luigi, reduce dal confino fascista riservato ai mafiosi. Felicia aveva aperto la porta di casa sua per incontrare tutti coloro volessero conoscere la storia del figlio, soprattutto i giovani. Amava parlare del figlio e del suo coraggio. Come darle torto? Raccontare la storia di Peppino Impastato è forse una delle esperienze più belle e insieme tristi che si possano fare.

Perché non era un giovane terrorista, un esaltato, un estremista. Peppino non era nulla di tutto ciò, era un ragazzo degli anni ’70, che cresceva in uno dei periodi più ricchi di fermento culturale che abbiano attraversato il ‘900. Era un giovane che si era formato con letture, musica, film, che si informava, che conosceva la politica, che la praticava, che aveva sete di conoscenza, che desiderava viaggiare e aprire i suoi orizzonti. Non dissimile, oltretutto, da molti ragazzi di questi tempi.

Ma soprattutto, Peppino odiava due cose: il silenzio e la Mafia. Il silenzio perché aveva permesso alla Mafia di dilagare, e la Mafia perché aveva fatto dilagare il silenzio. E la paura, e la morte. Con Radio Aut, la radio libera autofinanziata che aveva fondato nel 1976 a Terrasini, Peppino si era opposto con forza a entrambi, silenzio e Mafia. Da quella stanzetta dotata di cuffie e microfono urlava la sua protesta pacifica, e lo faceva anche con grande ironia. Sono indimenticabili i personaggi fittizi che aveva creato ispirandosi alle persone reali di Cinisi, ai mafiosi che bersagliava senza tregua, senza risparmiare loro nulla. La trasmissione “Onda pazza a Mafiopoli”, di cui Peppino era lo speaker principale, andava in onda su Radio Aut il venerdì sera. La definivano “Trasmissione satiro-schizo-politica sui problemi locali”.  In Onda Pazza, il paese di Cinisi era Mafiopoli, il sindaco Gero Di Stefano diventava “Geronimo Stefanini”, il suo vice Franco Maniaci si trasformava in Franco Maneschi, “della sinistra avanzata ma non troppo”, il boss di Cinisi Gaetano Badalamenti prendeva il nome di Tano Seduto, e così via per tutti gli altri personaggi di spicco che non sfuggivano a questa satira intelligente e pungente.

E come è facile immaginare, questa ribellione alla “montagna di merda”, come Peppino definiva la Mafia, non poteva durare a lungo. Nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 i sicari di Tano Badalamenti uccidevano Peppino in modo brutale, nel tentativo di screditare anche la figura del giovane, che si era candidato alle elezioni comunali di Cinisi con Democrazia Proletaria. Simbolicamente, gli elettori lo fecero nominare nel Consiglio comunale pochi giorni dopo la morte.

Soltanto nel 2002 è stata fatta giustizia per la morte di Peppino, con la condanna all’ergastolo di Gaetano Badalamenti. Giusto in tempo perché Felicia Impastato potesse vedere coi suoi occhi questa vittoria, prima di spegnersi, due anni dopo.

Adesso è Giovanni Impastato a portare avanti la battaglia del fratello. Nella sua pizzeria, che in molti conoscono grazie al film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, organizza presentazioni di libri, incontri con scrittori (Roberto Saviano è ospite assiduo) e iniziative culturali. O quantomeno, organizzava fino al dicembre scorso, quando qualcuno ha appiccato fuoco al locale. Perché a quanto pare la mano della mafia è ancora attiva, nonostante quello che si potrebbe credere, e certe attività ancora “disturbano”. O forse è la cultura stessa a fare paura.

“Come fiore di campo nascesti, e questa terra ti fece da madre. Come fiore di campo crescesti, e la lotta ti fece da padre. Come fiore di campo moristi, una sera di maggio, con le stelle tristi”, scriveva Peppino nella sua poesia più famosa, “Ciuri di campo”. E fu proprio così che visse questo giovane siciliano, un ragazzo come tanti che non era un eroe, ma solo una persona onesta, intelligente, troppo onesta e intelligente per il mondo che lo circondava. Una persona pura e pulita, come quel “ciuri di campo” che soltanto lui ha saputo descrivere.

Alice Gurrieri

 

 

 

 

 

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