10-12-2011 manvraQuando si deve far cassa e si devono trovare un po' di soldi per rimpinguare le dissestate finanze pubbliche il primo bersaglio sono le pensioni! Sembra che uno dei principali problemi da risolvere per raddrizzare la situazione sia quello di mettere mano all'ennesima riforma delle pensioni

perché il sistema previdenziale così com'è è una palla al piede che ci trascinerà tutti a fondo. Questa è una colossale bugia : i dati oggettivi dicono esattamente il contrario

Il sistema previdenziale italiano è strutturalmente in perfetto equilibrio attuariale. Dai dati ufficiali viene fuori che il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali è positivo fin dal 1998, anche in conseguenza delle numerose riforme effettuate dal 1992 in poi, tutte con l'obiettivo di garantire la sostenibilità finanziaria del sistema. E le aspettative sono di tutta tranquillità : i numeri dell'ultimo Piano Nazionale di Riforme indicano un andamento piatto e stabile della spesa previdenziale attesa fino al 2045 per poi scendere dopo il 2050. Altro che sistema in crisi.

La verità è che il modo più facile è quello di reperire facilmente risorse dalle pensioni anziché da altri fronti come sarebbe necessario. Però toccare le pensioni è più facile e di immediato risultato perché il sistema previdenziale gestisce un bilancio enorme. E' un bilancio dove ogni anno girano dai 250 ai 300 miliardi di euro. E poi la platea su cui si agisce è formata da milioni di individui. L'INPS paga circa 16 milioni di pensioni ed ha quasi 20 milioni di lavoratori iscritti.

Il bilancio del Fondo pensioni lavoratori dipendenti presenta nel 2011 un attivo di sette miliardi e trecento milioni e nelle previsioni del 2012 un attivo di oltre dieci miliardi di euro!

Spesso si fa volutamente confusione tra prestazioni previdenziali, pagate dai contributi di datori di lavoro e lavoratori (pensioni di anzianità e vecchiaia) e prestazioni assistenziali che devono essere a carico della fiscalità generale (pensioni sociali e invalidità) proprio per nascondere la realtà. E' il comparto assistenziale che ha necessità di interventi da parte dello Stato mentre il comparto previdenziale è perfettamente a posto, è autosufficiente. Ma il comparto assistenziale non deve gravare sul lavoro dipendente : deve essere finanziato da tutti i cittadini attraverso il fisco.

La comparazione europea , poi, è falsata in partenza perché le statistiche dell'Eurostat su cui si basano tanti ragionamenti non considerano dati omogenei. Per esempio Eurostat include tra le prestazioni pensionistiche italiane anche il TFR : ma il TFR non è una prestazione pensionistica, è salario differito. In Italia i prepensionamenti a seguito di crisi aziendali diventano spesa pensionistica, negli altri paesi sono considerati interventi di politica industriale non contabilizzati nella spesa pensionistica. In Germania i soldi che escono dagli enti previdenziali sono esattamente quelli che entrano nelle tasche dei pensionati e la spesa pensionistica viene contabilizzata al netto di ciò che viene pagato. In Italia invece viene registrato come spesa pensionistica il lordo erogato, inclusa la ritenuta d'acconto. Sono soldi che escono dalle casse dell'INPS ma poi ritornano nelle casse dello Stato. Se togliamo dal computo queste spese improprie la differenza che viene registrata tra Italia e Germania sull'incidenza della spesa previdenziale sul PIL scompare del tutto. Morale della favola : la spesa previdenziale vera e propria in Italia è inferiore, in proporzione al PIL, a quella tedesca.

Si dice che un'altra nostra anomalia sarebbero le pensioni d'anzianità. Ebbene l'età effettiva di pensionamento degli uomini in Italia è di 61,1 anni, poco meno che in Germania (61,8) e più che in Francia (59,1). Per le donne il nostro dato (58,7) è inferiore sia a quello tedesco (60,5) che a quello francese (59,7). Non è vero che l'età pensionabile in Italia è più bassa degli altri paesi europei, a cominciare da Francia e Germania. Non è vero! In Italia l'età pensionabile non è 62 anni come in Francia ma è già 65 e nel 2013 si arriverà ai 67 anni come in Germania! C'è anche da sottolineare che col sistema attuale i lavoratori con 40 anni di anzianità saranno obbligati ad una notevole contribuzione a fondo perduto (dovranno continuare a versare contributi per altri 15 mesi)!

Diciamo poi che dal 1992 le pensioni non sono più agganciate ai salari reali ma, molto parzialmente, all'inflazione, mentre in Germania le pensioni sono ancora agganciate sia ai salari reali che all'inflazione.

Dire che il sistema pensionistico italiano è in equilibrio strutturale e sostenibile in prospettiva vuole significare che al suo interno è perfetto e non ha bisogno di aggiustamenti? Certamente no. All'interno del sistema ci sono disparità di trattamento che andrebbero sanate, ci sono gestioni deficitarie (come quelle degli artigiani, dei commercianti, dei coltivatori diretti) che vengono sostenute con la solidarietà delle categorie attive (lavoratori dipendenti e parasubordinati), c'è una babele di aliquote contributive (che vanno dalle più alte riferite ai lavoratori dipendenti 33 per cento a quelle più basse dei deputati e senatori 8,6 per cento). Si potrebbero introdurre misure di equità e di armonizzazione all'interno del sistema. Ma quello che si vuole fare va nella direzione opposta, verso una penalizzazione di chi ha i conti in ordine.

Con la manovra sulle pensioni dovrebbero entrare circa dieci miliardi di euro nelle casse dell'INPS e non dello Stato come si vuol far credere! Ma perché regalare questo risparmio alle casse dell'INPS se la gestione previdenziale non ne avrebbe bisogno visto che il sistema è in equilibrio? La risposta è semplice. Perché questi soldi risparmiati saranno dirottati sulla spesa della gestione assistenziale. Gestione assistenziale che è a carico dello Stato il quale quindi risparmierà perché dovrà trasferire meno risorse all'assistenza.

In conclusione la vera ragione dell'ennesimo intervento sulle pensioni non è il risanamento del sistema pensionistico (che è già sano e non ha bisogno di interventi) ma un risparmio dello Stato nella spesa assistenziale (pensioni sociali e di invalidità). E' una manovra subdola e ingiusta perché pone solo a carico di una parte del Paese, il mondo del lavoro, una spesa che invece deve essere a carico della collettività e deve essere sostenuta dalla fiscalità generale. L'assistenza sociale comporta una spesa pubblica e come tale deve essere sostenuta con il concorso di tutti (articolo 52 Costituzione) in ragione della loro capacità contributiva. La spesa pubblica non può essere sostenuta con i contributi previdenziali che devono essere destinati, per loro definizione, alla previdenza.

È immorale rastrellare risorse dal mondo del lavoro e destinarle a finanziare una spesa pubblica.

 

 

SEGRETERIA REGIONALE UGL  SARDEGNA

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