15-10-2011 volevo_essere_una_farfalla

 L'errore che molti commettono, è quello di considerare l'anoressia come una patologia. 

Per “guarire” dall’anoressia bisogna andare da un dietologo. Bisogna consultare un medico, e assumere i farmaci giusti. Bisogna farsi ricoverare. In realtà, l’anoressia (letteralmente, “assenza di appetito”) è un sintomo,

 

Ma qual è stata, allora, la causa scatenante della sua anoressia? Anche questa verità è arrivata dopo un percorso lungo e non facile. “Il rapporto con mio padre ha generato in me profonde insicurezze. Ricordo che era difficile compiacerlo. Nessuno, in famiglia, ricopriva bene il proprio ruolo. Non c’era un bel clima”. Il legame difficile col padre, il forte senso di inadeguatezza, la figura sfocata della madre sullo sfondo, rendono la vita di Michela pesante. E attraverso il cibo, come emerge dal suo libro “Volevo essere una farfalla-Diario di un’anoressica” , cerca appunto di controllare quanto la circonda. “Non è stato assolutamente facile scrivere il libro” racconta Michela “Dovevo aspettare il momento giusto della mia vita, perché altrimenti non avrei saputo come affrontare tutto quello che sarebbe sorto attorno a una simile pubblicazione. Come Isabelle Caro, la ragazza francese che posando per le foto di Oliviero Toscani ha attirato l’attenzione sul suo stato di anoressica e non su di lei in quanto persona. Questa popolarità l’ha schiacciata. Ci vuole tempo per mettere a fuoco l’anoressia, e altrettanto per riuscire a parlarne a freddo”.

Lo psichiatra Marco Bernardini, ospite assieme alla professoressa Marzano della serata di sabato 8 ottobre al Festival, conferma la testimonianza della filosofa, e aggiunge che i casi di anoressia vanno seguiti necessariamente attraverso un supporto psicologico che possa condurre a una risoluzione duratura del problema.

“Non ho scritto questo libro per aiutare altre anoressiche. L’ho scritto perché avevo bisogno di scriverlo”. Le parole di Michela sono sincere e chiare. Adesso è una donna certamente diversa, ed è incredibile la forza che riesce a trasmettere. “Non ho scritto questo libro neanche per la mia famiglia. Però avrei davvero voluto che mio padre lo leggesse. So che non l’ha fatto, e mi è dispiaciuto. Volevo che capisse, per la prima volta”. Ma non c’è delusione nella sua voce, né nella sua espressione. Quella fase è passata.

 

Alice Gurrieri

blog comments powered by Disqus