Se per quasi tutto il XX secolo il telefono era esclusivamente un mezzo che permetteva la comunicazione tra persone in case diverse, dagli anni ’90 tutto iniziò a cambiare. Il telefono cellulare (invenzione –nei primi ’70- di quel Martin Cooper direttore della Motorola, ad oggi un giovane ottantenne) permise finalmente di contattare chiunque ovunque fosse in qualunque momento della giornata. Tra i ragazzi si diffusero gli sms, che portarono con sé anche le varie deformazioni linguistiche, le abbreviazioni e via dicendo. Ma questo era solo l’inizio, perché forse nessuno avrebbe potuto prevedere l’evoluzione degli anni successivi. In appena un decennio la tecnologia è diventata letteralmente alla portata di tutti con prodotti innovativi ormai, per certi versi, indispensabili.

Ma il progetto “We never look up” di un giovane ricercatore finlandese, per scelta anonimo, non esprime quanto sia importante il progresso tecnologico. Con le sue foto in bianco e nero, apparentemente banali, il ricercatore mette a fuoco quello che è diventato l’essere umano nella prima, vera, Età Tecnologica. Non più passeggiate col naso per aria, e lo sguardo perso nel mondo attorno a sé. Non più amici che si guardano negli occhi quando parlano, o fidanzati che si fissano in adorazione. Non più osservare le vetrine, o gli altri passanti. Vivere significa, in buona parte, tenere gli occhi in basso, chini e totalmente persi nelle applicazioni del cellulare (che definire soltanto “cellulare” è del tutto improprio).

L’anonimo ricercatore finlandese non ha lanciato critiche violente contro nessuno ma, utilizzando silenziose immagini, ha invitato ognuno a riflettere sul cambiamento che attraversiamo senza neanche accorgercene. È solo, per l’appunto, la proposta di una riflessione, forse per spingerci a sollevare lo sguardo un po’ più spesso, non tanto a buttare nella spazzatura i nostri smartphones. L’illusione è quella di avere già il mondo davanti ai nostri occhi quando li abbassiamo per guardare lo schermino luminoso.

Entrando nel sito internet  weneverlookup.tumblr.com le prime immagini che compaiono sono quelle del Cosmo, pianeti, stelle, galassie, spazio intergalattico. Un altro link rimanda a una serie di foto in b/n che raffigurano gente qualunque con una costante: lo sguardo basso. Una piccola provocazione, che ci mostra quello che avviene sopra le nostre teste, e quello che facciamo noi, forse per più tempo del dovuto. L’analogia è un po’ impietosa…quasi come se quel telefono ormai fosse il nostro universo in scala ridotta, il nostro micro-cosmo.

Quando Andrew Stanton, animatore Pixar, creò “Wall-E” nel 2008, immaginò un lontanissimo futuro (2805) in cui gli uomini della mega-astronave Axiom, in piena fase di abuso tecnologico, non riuscivano più nemmeno a deambulare senza l’aiuto delle macchine, ormai infermi a causa dell’obesità e incapaci per questo di compiere alcuno sforzo fisico. È tale l’esagerazione della metafora che sembra più uno scongiuro di una reale predizione. Per questo, forse, collegare la piccola, silenziosa riflessione di un giovane ricercatore finlandese con una visione tanto tragica è esagerato, e chissà, anche eccessivamente pessimistico. O forse no.

Nessuno può dire con certezza se in “We never look up” esista l’intento di una predizione. Non sembra esserci spirito critico in quelle immagini, ma solo la scelta di fermare un istante. L’interpretazione è libera, è nostra, a seconda della sensibilità che abbiamo. A seconda di dove, dopo una rapida scorsa alle “apps”, scegliamo di guardare.

TECONOLOGIA

 

 

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