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 Era il 1948 quando l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamava la Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo. L'articolo 5 recita che Nessun individuo può essere sottoposto a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti.

Sono 193 i Paesi membri dell'Onu che si sono impegnati a garantire il rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Nessuno può essere sottoposto a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti. Indipendentemente dalla sua posizione politica, dal suo credo religioso, dal colore della sua pelle, dalla sua appartenenza ad un'etnia. Indipendentemente dagli atti che ha commesso. Non esistono eccezioni.

Questo articolo è stato riformulato nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, e in numerose Costituzioni dei paesi democratici; anche in quella italiana.

E' la teoria. Una bella teoria. Fatta di rispetto dei diritti umani e di divieto assoluto della messa in atto di trattamenti contrari al senso di umanità.

Poi c'è la realtà. Quella dei fatti accaduti a Genova nel 2001 è una realtà caratterizzata da violenza, umiliazione, soprusi. E' fatta di violazione dei diritti umani. E' la realtà dei cori intonati dagli appartenenti alle forze dell'ordine nella caserma di Bolzaneto “1 2 3-Viva Pinochet 4 5 6 -A morte gli ebrei 7 8 9 -il negretto non commuove”. La realtà dei ragazzi stranieri che alla Diaz hanno conosciuto il lato peggiore dell'Italia. Quella dove le forze dell' ordine, che dovrebbero stare dalla parte dei cittadini, li hanno danneggiati irreparabilmente.

Mostravano le mani aperte in segno di resa, i manifestanti. Uno di loro continuava a dire: “Non lo merito” mentre gli agenti delle forze dell'ordine lo colpivano col tonfa sulle braccia, sulla schiena, sulla testa. E non lo meritava, perchè stava esercitando un suo diritto. In un Paese democratico chiunque può manifestare pacificamente per far sentire la sua voce.

In un Paese civile, come viene definita l'Italia, tutti hanno il diritto di manifestare il loro dissenso verso un ordine mondiale che opprime i deboli e arricchisce i potenti. E nessuno ha il diritto di picchiare, umiliare, torturare, chi lo fa. Nel sistema penale italiano ancora non esiste il reato di tortura, nonostante la Convenzione contro la tortura dell'Onu, ratificata dall'Italia nel 1988, imponga espressamente agli stati contraenti di inserire nel sistema legislativo nazionale tale reato.

Anna ha partecipato alle manifestazioni contro il vertice con alcuni amici. Era già mamma, all'epoca dei fatti, e quando si è trovata in mezzo alla folla, quando ha sentito una voce amplificata dal megafono che diceva “Siamo tra i black block e la polizia” ha capito che non aveva altra scelta che scappare. Avrebbe voluto chiedere aiuto a qualcuno, ma coloro che avrebbero dovuto proteggerla erano impegnati a malmenare gli altri manifestanti. Ancora oggi non riesce a spiegare come sia riuscita ad evitare la furia dei poliziotti e a scappare via incolume. Se di incolumità si può parlare. Non ha subito danni fisici, ma assistere in prima persona a scene di un certo tipo comporta senza ombra di dubbio un danno morale.

Mentre i manifestanti cercavano di difendersi, i black block agivano indisturbati: distruggevano negozi, banche, incendiavano automobili, provocando 50 miliardi di lire di danni alla città di Genova. L'allora Ministro dell'interno Claudio Scajola, durante un'intervista, affermò: “Non è che i violenti portassero al braccio un segno di riconoscimento”. Distinguere un manifestante pacifico che cammina con le mani tinte di bianco alzate verso il cielo da chi si riempie gli zaini di pietre e ribalta le automobili non è mai stato così difficile.

Pare che chi ha nominato Gianni De Gennaro, allora capo della polizia, a Sottosegretario di Stato e chi ha votato contro l'istituzione di una Commissione Parlamentare d'inchiesta sul G8 di Genova abbia dimenticato quella pagina nera della storia italiana.

Per coloro che sono stati picchiati, umiliati e vessati in quei giorni, invece, dimenticare è impossibile.

Giulia Cara

g8

 

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