Chissà se nella riforma Fornero c’è un qualche passaggio in cui si parli di loro. In tempo di crisi l’imperativo è arrangiarsi: e se in qualche modo la generazione dei nati negli anni ’80 sta imparando benissimo, e chi ha qualche anno in più ha fatto di necessità virtù, c’è una nuova categoria che sta sbucando all’orizzonte. Che forse, non è nemmeno poi così nuova.

Sono i WRAITERS, dalla fusione tra l’inglese writer (scrittore) e waiter (cameriere). La scrittura non paga, e se paga, non paga abbastanza per pagare l’affitto: così bisogna trovarsi un lavoro o un lavoretto. E cosa c’è di meglio se non la buona vecchia cara ristorazione?

Sono giovani, ma non solo: come cantano I Cani nel recente successo “Velleità”, anche “i nati nel ‘69 fanno i camerieri al centro e scrivono racconti”.

Sono italiani, francesi, inglesi: vengono da tutta Europa, sfatando il mito che solo in Italia non si dia spazio agli artisti emergenti. Vengono dall’Europa, ed è in tutta Europa che vivono: si spostano nelle grandi metropoli perché già conoscono le provincie a memoria, senza però dimenticarle o escludere a priori un loro ritorno. In cerca di stimoli e opportunità, si rifugiano nei grandi centri urbani, dove tuttavia il costo della vita è più alto. Compreso l’affitto, che resta la principale spada di damocle mensile.

Oltre alla varietà di provenienza ed età, c’è anche quella sessuale: le quote rosa vengono rispettate, visto che sono sempre più le ragazze che prendono la penna in mano e indossano il grembiule.

Amano scrivere all’aria aperta (se il meteo lo consente) oppure in casa (se è abbastanza tranquilla, a seconda dei coinquilini che ci si ritrova): è tornata in auge la vecchia biblioteca, gratuita e dotata di connessione ad internet. Bocciati, anche se con qualche doverosa eccezione, i coffee shop stile Starbucks: troppo alto il costo giornaliero, e spesso troppo caotici.

Camerieri, dicevamo: ma non solo. Anche baristi, gelatai, receptionist, addetti al customer service, e talvolta, estendendo leggermente il raggio, anche call center e affini. Tuttavia la ristorazione resta il principale serbatoio: oltre a pagare l’affitto, garantisce un minimo di contatto con il mondo reale. Il lavoro visto quindi come fonte di denaro e di ispirazione.

Scrittori: ma anche poeti, giornalisti, sceneggiatori. Tutti legati indissolubilmente al computer portatile e alla wi-fi, colonne portanti delle loro vite. Oltre a mantenere il contatto con gli amici e le famiglie, spesso lontane, internet è diventato il loro mezzo principale per collaborare con editori e testate giornalistiche, e per promuovere vendere in prima persona le proprie opere, Kindle e degli ebook e in primis.

E nell’era di Facebook e Twitter, dove regna il “less is more”, restano tra i pochi ancora a sfruttare anche siti, blog e forum, mostrando una conoscenza della rete che fa invidia a parecchi CV di coetanei laureati. Senza contare che spesso la laurea ce l’hanno anche loro, ma l’hanno accantonata: non riuscendo a trovare più soddisfazioni economiche-lavorative dal “pezzo di carta”, a volte addirittura la nascondono dai curriculum, per avere più opportunità di lavoro dequalificato.

Il fenomeno non è per nulla nuovo, le biografie dei più grandi scrittori sono costellate dai più improbabili lavori, tutti portati avanti nell’attesa del “botto” (che talvolta è arrivato dopo la morte). C’è persino chi, come Chuck Palanhuk, ha saputo costruire il suo successo proprio narrando le sue esperienze lavorative precedenti.

Quello che è nuovo, invece, e che contraddistingue il wraiter, è l’organizzazione metodica del lavoro: non è più tempo per lo scrittore “maledetto”, dedito ad alcol e donne. Nella generazione del precariato, diventa fondamentale anche la suddivisione del tempo tra il lavoro ai tavoli e la scrittura. Non c’è più spazio per gli eccessi, bisogna trovare un equilibrio tra la vita privata, quella da cameriere e quella da scrittore, per evitare che una possa prendere il sopravvento sulle altre. Certo, a volte capita che tutte e tre le anime si riuniscano nella stessa unica esperienza, anche a costo di smentire Pirandello e il suo “la vita o si vive o si scrive”: ma fa parte del mestiere. Dei mestieri, anzi.

Insomma, i nuovi Bukowski portano i piatti ai tavoli: e se si rovinano, lo fanno servendo da bere agli altri. Magari, ai loro lettori.

 

Enrico Atti

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