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28--01-2012 Michele Martone è viceministro del lavoro e alle politiche sociali del governo Monti. Ha 37 anni, capelli riccioluti, sguardo da manager che la sa lunga. Qualche giorno fa, come molti sapranno, ha esordito così: "Dobbiamo iniziare a dare nuovi messaggi culturali:

dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni sei uno sfigato...se decidi di fare un istituto professionale sei bravo e che essere secchioni è bello, perché vuol dire che almeno hai fatto qualcosa".

Se un ragazzo inizia l'università a 19 anni e la finisce a 28, ci si può chiedere cos'abbia fatto nel mentre. E' logico che più il tempo passa, e più si perdono occasioni, specie lavorative. Perciò laurearsi presto può rivelarsi solo un vantaggio, una palla al balzo da cogliere. Il problema è che questa dichiarazione è intrisa di superficialità, di una analisi fatta di luoghi comuni e con una visione delle università, degli studenti, e del sistema universitario e sociale italiano molto distante dalla realtà. In più, non necessariamente un secchione ha fatto qualcosa in più (e meglio) rispetto ad un altro ragazzo che non ha la capacità di arrivare al 30 o 30 e lode, ma che si porta a casa voti comunque di buon livello. Non sono tutti secchioni, e nemmeno sfigati.

Ci sono svariati motivi per cui un ragazzo potrebbe laurearsi a 28 anni, piuttosto che a 23 o 25. Ne citiamo appena due, ma significativi. Innanzitutto i ragazzi di oggi cercano subito un lavoro per pagarsi gli studi. Altri si spostano dalla provincia alla grande città e quindi devono aggiungere il pagamento dell'affitto (spesso salato) e i beni di prima necessità. Altri ancora pendolari, e anche i viaggi costano. Un lavoro porta via tempo e forza (fisica, psichica, di volontà). I tempi si allungano, i ragazzi provano a superare gli esami negli appelli in cui il tempo libero risulta maggiore e quindi propizio. E così si arriva all'accoppiata 3+2 (triennale più specialistica) solo ai 28 anni. Sono sfigati questi ragazzi? No. Hanno saputo conciliare, nel limite del possibile, lavoro e studio, e sono arrivati a raggiungere i loro obiettivi. Non importa l'età, importa il risultato.

Inoltre c'è il caso delle tante Università in crisi economica, in cui mancano i fondi per pagare professori e garantire lezioni e appelli. Come può un ragazzo laurearsi in tempo utile se mancano le sessioni? I tempi si allungano e i ragazzi attendono. Spesso, in questi casi, manca anche la comunicazione delle segreterie, che non avvisano la possibilità per gli studenti di effettuare gli esami in altre facoltà, qualora ci fosse. Sono degli sfigati questi ragazzi? No, perché non dipende da loro. O forse sì, perché sono capitati in un paese che ha avuto governi capaci di tagliare i fondi agli Atenei in modo irrazionale e forsennato, causando i problemi descritti.

Martone ha sbagliato il tono dell'affermazione e l'affermazione stessa, infilando nel calderone una insipienza che un uomo del suo ruolo dovrebbe evitare. Alcuni, nei social network, hanno avvalorato la tesi del viceministro citando l'Erasmus come attività inutile, che porterebbe i ragazzi ad allungare i tempi della laurea. L'opportunità di viaggiare, conoscere le lingue e le culture di altri Stati è visto in tutto il mondo come una occasione di crescita per i giovani, per le generazioni che poi andranno a guidare il paese d'origine. Solo nell'Italia dei benpensanti l'Erasmus diventa una perdita di tempo, un viaggio inutile.

Il viceministro, dopo tutto, è il pupillo di Renato Brunetta, quello che denotò la presenza in Italia dei bamboccioni, creando anche quell'occasione, una affermazione di grande superficialità che venne smontata con una facilità disarmante da chiunque. Anche in quel caso, la realtà e la visione che il ministro ne aveva, erano differenti.

A dirla tutta, poi, il viceministro Martone non è uno di quelli che con i suoi studi e i suoi voti da secchione è riuscito a sfondare nel mondo del lavoro. Per intendersi: è figlio del giudice Martone, vicino a Previti e alla P3, nonché un raccomandato di lusso da Sacconi, Montezemolo e Brunetta. Ha vinto un concorso per diventare professore associato nella Facoltà di Giurisprudenza di Teramo presentando tre scritti minori e una monografia in modalità "provvisoria". La stessa facoltà in cui il suo mentore (Brunetta) divenne professore e in cui la sua forza politica è ancora ben impressa.

Alla fine della fiera però i laureati sono davvero sfigati. Che abbiano 23 o 28 anni, nulla cambia. E non cambierà almeno finché ci saranno quelli come il viceministro che, grazie a qualche "spintarella", potranno far parte di una elitè che non premia tanto il merito quanto le amicizie. E questa è una sfiga reale per chi si è impegnato per anni, ma è costretto a lavorare da precario o ad aspettare mesi per trovare un lavoro decente con cui sostenersi. 

 

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